Il
lago di Campotosto e il cielo sembrano
confondersi in un unico grigio.
Un sole pallido, quasi atterrito,
sfrangia a fatica la cortina spessa
di scuro, illuminando un paesaggio
plumbeo che sembra risentire del dolore
della terra.
Gli scialli proteggono la testa delle
donne chine alla fonte fuori il paese
per rifornirsi di acqua.
Gli occhi paiono attenti a captare
qualsiasi movimento intorno.
Il contadino continua, nonostante
ciò che è accaduto,
a zappare il suo piccolo campo di
patate.
I tuberi di questo che un tempo era
il Piano di Mascioni, fatto non di
acqua ma d’infiniti campi orizzontali
a perdita d’occhio e di bestiame
al pascolo brado, sono una delle specialità
italiane con cui produrre gnocchi
da re.
Qui si estraeva circa 60 mila tonnellate
di torba l’anno per alimentare
caldaie a vapore e locomotive.
Oggi con lo sbarramento del Rio Fucino
e grazie ai suoi 14 chilometri quadrati,
il bacino fornisce energia elettrica
non solo all’Abruzzo, ma anche
al Lazio fin dentro Roma capitale.
Parla con un filo di voce il vecchio
Mario alle porte del paese.
Vive da giorni, insieme agli altri
settecento abitanti, alternando le
tende all’abitazione.
Molti sono accampati in piazza, chi
dentro le auto, chi con canadesi di
fortuna.
Davanti all’osteria con la botte,
dove si mangia da Dio, qualcuno gioca
a carte, a debita distanza dalle mura.
Non si può dire che sia caldo,
anzi i 1400 metri di altezza si sentono,
eccome!
Stessa sorte è toccata ai residenti
di Capitignano, ai trecento di Montereale,
di Barete e a quelli che si trovano
di sotto, nel borgo di Ortolano, lungo
la valle del fiume Vomano, lì
dove l’Abruzzo teramano si lega
a quello aquilano.
Sono andate perdute, buona parte di
preziose testimonianze di una civiltà
agraria e montanara colta e di fede,
con tante piccole chiese che soffrono
crolli improvvidi.
L’uomo parla a voce bassa, di
un futuro che non c’è,
sgretolato non dal tempo che per lui
significa quasi novanta primavere,
ma da un sisma d’inaudita intensità.
Anche adesso che le scosse sono rade
e meno feroci, la terra, unitamente
al lago, ai monti, sembra soffrire
e risuonare di voci dolenti.
Regna una calma che va decifrata perché
è tutto, tranne normalità.
Campotosto continua a vivere la sua
vita, apparentemente senza curarsi
di un invaso artificiale, il più
grande d’Europa, con i suoi
milioni di metri cubi di acqua messi
sotto pressione da uno stillicidio
di eventi tellurici che pongono in
serio pericolo tutti i paesi intorno,
da Poggio Cancelli a Mopolino, fin
giù nell’amatriciano.
Neanche i comuni teramani che insistono
lungo la vallata, fino a Montorio,
porta del Parco, possono dormire sonni
tranquilli con questo terremoto che
si fa sentire, eccome.
I sindaci hanno avuto, comunque, le
massime garanzie sulla tenuta della
diga.
Il sisma ha inferto un colpo di maglio
nel cuore di questo posto come in
altri nella nostra provincia, a Castelli,
a Valle Castellana, a Pietracamela.
Tutti luoghi che nell’immaginario
di noi teramani rappresentano il Paradiso
delle vacanze.
Qui a Campotosto, i danni ingenti
fanno il paio con le angustie di un
lago che genera paura e con una marginalità
aggravata da un ciclo economico che
ormai da anni non decolla.
La Protezione Civile, unitamente all’Enel,
alla Direzione Generale delle Dighe
Italiane e Infrastrutture Idriche,
si affanna a tranquillizzare.
Secondo loro la diga è a prova
di terremoto fino al massimo dei gradi
Richter e il livello delle acque è
stato abbassato di molto.
Certo, la mamma degli idioti è
sempre partoriente e come di consueto,
c’è chi si diverte a
lanciare voci allarmistiche su di
un prossimo cedimento della diga.
Oltre questo sciacallaggio mediatico,
rimangono forti i dubbi sul reale
abbassamento del livello del lago,
sulla certezza che non ci siano pericoli
di esondazioni.
Eppure questo grande lago, a guardarlo,
è idilliaco come sempre.
Gli aironi cenerini, in coppia, dondolano
nell’acqua e ogni tanto si tuffano
per andare a cacciare pesci sul fondo.
Più in là le folaghe
agitano le ali, spruzzando gocce tutto
intorno.
Calme e silenziose, bianche anatre
si muovono con passo lento, tra i
canneti.
In cielo vola qualcosa simile a un
piccolo falco.
La posizione dello specchio lacustre,
lungo la dorsale appenninica, è
di riferimento per le rotte migratrici,
e rappresenta una delle aree di sosta
e di passo per gli uccelli acquatici,
tra le più importanti dello
stivale.
Già in maggio del 2008, Maurizio
Di Biagio scriveva su “Il Messaggero”
di una faglia attiva prossima alla
diga sul lago.
Allora sembrava un azzardo della fantasia,
l’ammonimento di un geologo
della Provincia di Teramo, che rifletteva
su di un possibile collasso della
struttura con ripercussioni terribili
sulla valle del Vomano.
Non si capisce bene se questa faglia,
che ormai è più che
attiva visto l’epicentro di
più scosse dal 10 aprile scorso,
attraversi il lago o se, come sostiene
l’Enel, sia a distanza tale
dalla diga da non interferire in alcun
modo.
Secondo alcuni si continua a mettere
al primo posto la necessità
della produzione di energia elettrica
a discapito di una maggiore sicurezza
della popolazione.
L’Enel, al contrario, in una
nota informa che il volume invasato
nel lago è, all’attualità,
pari a circa la metà di quanto
può contenere e la sollecitazione
idraulica sulle opere è comunque
modesta e sotto stretto monitoraggio
del Dipartimento in coordinamento
con il gestore delle dighe.
Noi siamo certi che le rassicurazioni
siano reali e vogliamo dormire sonni
tranquilli.
Siamo anche certi che il lago tornerà
presto a essere il magico, meraviglioso
luogo dalla bellezza sfolgorante che
tutti conosciamo.
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Sergio Scacchia
(Articolo per il mensile “Teramani”
)
Foto del terremoto: Federico Centola
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