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Approfondimenti storici sul comune di castellalto
Il testo per l'approfondimento storico è stato tratto dall'opuscolo "Appunti per una storia delle origini del Comune di Castellalto".
Esso è stato realizzato nel maggio 1995 dal professore Valerio Casadio, docente all'Università di Roma "Tor Vergata".

UN ERCOLE ITALICO
Il reperto più antico di cui abbiamo cognizione è un bronzetto italico di fattura ellenistica,Ingradisci l'immagine dell'ercole Italico databile al III/II sec. a.C., rinvenuto nel luglio 1987, nei pressi del fiume Tordino a Casemolino.
Si tratta di una statuetta di una decina di centimetri di altezza , raffigurante Ercole, rivestito della sola pelle di leone, annodata sotto il collo: forse un dono votivo ad un tempio (il culto di Ercole è in ambito sabellico connesso con la pastorizia e la transumanza) o l'ornamento di un manufatto bronzeo (la statuetta è tronca delle mani e dei piedi e quindi non si può avere un'idea esatta della sua consistenza ), è una chiara testimonianza di un insediamento a Casemolino quanto meno nell'età della prima colonizzazione romana del nostro territorio o anche precedente.

Il sito è significativamente caratterizzato dalla presenza di una antica fonte (la fonte Isa, o meglio dell'Isola, come chiariscono documenti settecenteschi).
Il bronzetto, in ogni caso, è ascrivibile alla cultura degli antichi Pretuzi, di ceppo Safino, ovvero Sabino, che abitavano la zona prima dell'avvento dei Romani.
L'Ercole, attualmente depositato presso la Soprintendenza Archeologica di Chieti, è accostabile alla testa bronzea di Giove Ammone, che P. Palma nel secolo scorso dice essere stato rinvenuto a Castellalto.

UNA VILLA, DUE CISTERNE, UN "IMPRENDITORE" ROMANO
Sicuramente di età romana sono ulteriori resti reperibili a Casemolino e sulla collina di S. Pietro tra Villa Torre e Villa Zaccheo: si tratta di compatte strutture cementizie, l'una circolare, probabilmente una conserva d'acqua, l'altra sicuramente una cisterna a due ambienti comunicanti, provvista di due aperture.
Il notevole numero di frammenti ceramici (ma anche frustuli di intonaco e di tessellato) che affiorano ad ogni aratura nei pressi delle due strutture conferma che ci troviamo in presenza di vere e proprie ville rustiche, di cui le nominate cisterne rappresentano l'emergenza più rilevabile.
La natura della fittilistica (frammenti di tegole, coppi, anfore, fuseruole da telaio) e la sua diversificata tipologia fanno pensare ad insediamenti di un periodo compreso tra la prima età imperiale (I sec. d.C.) ed il IV/V sec. d.C.
Di particolare rilievo, anche ai fini della datazione della "villa" di S. Pietro, risulta una serie di frammenti di coppi provvisti di marchio di fabbrica , rinvenuti in loco dallo scrivente, cui la Sovrintendenza Archeologica ha consentito lo studio.
Sono marchi (presenti in almeno tre tipologie ) tutti riconducibili ad un non meglio noto Quinto Cluvio Commodo (l'imprenditore proprietario della fabbrica in cui si producevano i coppi, o il possessore della villa in cui detti coppi erano prodotti ed utilizzati) e, per le peculiari caratteristiche che presentano, ascrivibili agli inizi del II sec. d.C.

UNA "DOMUS" DA RECUPERARE ED UN'IPOTESI SUGLI INSEDIAMENTI ROMANI E PREROMANI
Resti fittili simili a quelli sopra indicati sono stati rinvenuti in diversi siti di Casemolino (via Campania, via Umbria, via D'Annunzio) e nei pressi della chiesa di S.Gervasio: frammenti di colonne (o cippi ) e lastre di travertino di difficile lettura sono da tempo emersi a Villa Gianforte, e così una maschera litica con caratteristiche apparentemente negroidi, non meglio classificabile, è stata rinvenuta ancora a Casemolino.
Al periodo romano sono da ascrivere con sicurezza i frammenti di mosaico reperibili in località S. Stefano, toponimo che forse è testimonianza di un antico titolo paleocristiano (chiesa e/o monastero: della chiesa abbiamo notizie in diversi atti del 1500).
Si tratta apparentemente di ben due decorazioni musive, ascrivibili con ogni evidenza a due ambienti diversi e databili ad un periodo tra I sec. a. C. e I sec. d.C.
Una presenza che presuppone quanto meno una domus, che andrebbe adeguatamente recuperata .
L'insediamento, immediatamente a ridosso del borgo medioevale di Castellalto, testimonia della frequentazione del sito in epoca romana .
C'è da supporre che però questa si sovrapponga ad una precedente italica: la peculiare posizione fa pensare agli analoghi castella italici, in particolare sannitici, dell'Abruzzo e del Molise, un'analogia che ritorna negli insediamenti preromani rilevati nel vicino territorio di Bellante (anche qui di popolazione di ceppo sabino/sabellico, come testimonia la pietra iscritta ritrovata, ormai è più di un secolo fa, in località Castel S. Andrea nei pressi per l'appunto di Bellante).

CONTINUITA' DEGLI INSEDIAMENTI: DALL'ANTICHITA' AD OGGI
Proseguendo verso Castelnuovo al Vomano, incontriamo ancora fittilistica di epoca romana (peraltro del tutto conforme a quella reperibile sul versante del Tordino) a Pianvilla, al Feudo di Montepietro, a Mulano (non lontano dal sito della medioevale chiesa di S. Maria a Melano), a nord del cimitero di Castelbasso, sulle estreme pendici dei rilievi che dominano Castelnuovo. Tali resti ci aiutano a tracciare le linee degli insediamenti romani nel nostro territorio: il sorprendente risultato è che l'attuale abitato (e l'articolarsi delle frazioni) appare ricalcare fedelmente la configurazione dei più antichi agglomerati (per lo meno dell'età del dominio romano, ma verosimilmente anche precedenti).
Una continuità che passa attraverso gli insediamenti medioevali, di cui però spesso non resta traccia se non nella toponomastica e nella tradizione orale.
Significativo è il caso del Feudo, ove un moderno casale rustico si sovrappone a più antiche fondamenta, con ogni probabilità quelli della chiesa di S. Maria ad Nubes, già attestata nel Trecento ed ancora visibile intorno alla metà del secolo scorso: i numerosi resti fittili (grossi frammenti di dolii, di tubature, di vasellame), le tracce di tessere musive, i blocchi di travertino riutilizzati nelle costruzioni di età preindustriale, ci riconducono peraltro all'epoca romana, se non a data anteriore.
Così come quelli reperibili sulla collina sovrastante,quella che, secondo i racconti dei più anziani cela i resti di una "città", la cosiddetta "antica Teramo" (una necropoli o un castrum?).
Di sicura origine pagana è la tradizione relativa alla vicina "Fonte del Latte" o di Magliano che improvvidi lavori di sterro hanno disseccata.
Secondo tale tradizione un tempo le donne erano solite recare donativi (piatti, vasellame) alla fonte medesima: evidentemente le puerpere, per garantirsi l'afflusso del latte.
DALLA TARDA ANTICHITA' AL MEDIOEVO
Tardo antico è il fregio (floreale) già presente nella vecchia chiesa parrocchiale di Villa Torre, e ora incastonato nella moderna facciata della riedificata chiesa: di origine ignota (le chiese, ora scomparse, di S. Angelo o di S. Pietro ad Leporerium?) ha caratteristiche tipologiche che sembrano ricondurlo al V sec. d. C.).
Mentre altomedioevale (VIII/IX sec.) è un fregio attualmente posto sulla volta di un portoncino secondario di Palazzo Marinucci, dietro la chiesa parrocchiale di Castellalto: di provenienza ignota, appare visibilmente essere stato collocato nell'attuale sede nel 1761, come conferma la data incisa al di sotto del fregio medesimo.
Di poco più tardo (X-XI sec.) è invece il fregio posto sull'architrave del portale della chiesa di S. Maria di Guzzano: una scena allegorica, con animali mitici, analoga a quelle reperibili sul portale di S. Maria a Mare di Giulianova.

IL COMES TRASMUNDUS E I BENEDETTINI
Con il X/XI secolo la nostra storia si arricchisce di documenti scritti: si tratta per lo più di atti notarili, di donazioni , che configurano con un una certa precisione il mondo dei dominatori (longobardi) del territorio del nostro attuale comune, la preoccupazione per le sorti dell'anima loro e dei loro congiunti, e l'influenza crescente delle comunità benedettine.

Una serie di donazioni (ad opera evidentemente dei signori di quel territorio che, insieme al suo Castello, l'odierno Castellalto, sarà con maggior precisione indicato come Castrum Vetus Transmundi ) danno luogo all'abbazia benedettina di S.Attone (i cui resti sono reperibili nell'attuale zona industriale, appunto denominata di S. Atto) e alle sue pertinenze nel versante del Tordino (a giudicare dai nomi rilevabili nell'atto dovevano estendersi quanto meno a Villa Torre ) e dall'altro, sul Vomano a Castrum Vetus Monaciscum (l'attuale borgo di Castelbasso) così denominato in quanto donato all'abbazia benedettina di S. Clemente a Casauria, di fatto dipendenza di S. Clemente al Vomano, quando quest'ultimo Monastero si rese indipendente dal primo.

Il Comes Trasmundus, che dà nome a Castellalto sarà il barone di prima classe(feudatario che dipende dal sovrano ) che nella rassegna dei baroni del 1160 (dominazione normanna) risulta signore di Castrum Vetus, di Morrodoro e di Torre a Tronto in Aprutio, ossia nel Teramano, e di Balviano nel territorio di Penne. I successivi feudatari sino agli inizi del 1400 saranno generalmente indicati come de Castro Veteri.
A tale età risalgono si conservano le mura di cinta, che racchiudono la cosiddetta Terravecchia, a sinistra del portale d’ingresso.

Alterne sono le parallele vicende di Castelbasso ,nel corso dei sec.XIII-XV periodicamente passato dalla dipendenza benedettina a quella degli Acquaviva (verosimilmente nel 1294 e nel 1494) per poi essere riconsegnato agli abati.

Vicende di cui di cui la più vetusta e gloriosa testimonianza è la trecentesca Chiesa dei SS. Pietro e Andrea, sul cui portale (datato al 1348) campeggiano curiose sculture arcaizanti, e iscrizioni moraleggianti nel volgare coevo (si sostituisce sicuramente ad analogo titolo, già presente nel borgo all’atto della donazione): nell'interno sono dipinti del XVI, XVII e XVIII secolo.
DALLA SIGNORIA DEGLI ACQUAVIVA AI GIORNI NOSTRI
Tanto Castrum Vetus Transmundi quanto Castrum Vetus Monaciscum sono in seguito, a partire quanto meno dal 1481, entrambi dominio degli Acquaviva, duchi di Atri.
Feudo degli Acquaviva è ancora Castellalto nel 1592, quando Castelbasso viene ceduto alla famiglia dei Valignani di Chieti per settemila ducati (passerà poi ai Ricci di Macerata), e perdura sino all’abolizione della feudalità, se si considera che nel Catasto Onciario del 1749, redatto sotto il re di Napoli Carlo III di Borbone (il documento è conservato nella Sede Municipale) ancora un Acquaviva figura come "Duca d'Atri Padrone": degli Acquaviva è conservato un'antica versione dello stemma su un palazzo all'angolo di Piazza Garibaldi a Castellalto (verosimilmente cinquecentesco).
Sotto la loro signoria viene modificato il contesto urbano del paese, che viene a ricomprendere a partire dal primo Cinquecento anche la cosiddetta Terranova, a destra del portale d'ingresso, che un’epigrafe data appunto al 1510.
Qui è la Chiesa Parrocchiale di S. Giovanni Evangelista, con portale datato al 1584, e nell'interno una pregevole statua lignea e dipinti settecenteschi; si tratta evidentemente di ristrutturazione rinascimentale di una chiesa che era nota già in atti notarili della metà del Trecento.
Alla fervorosa attività edilizia di tale epoca si deve anche la Chiesa cinquecentesca della Madonna degli Angeli, che incontriamo, fuori le mura, allontanandoci da Castellalto in direzione del Cimitero nonché la chiesetta dell'Annunziata, parzialmente restituita dal recente restauro, dinanzi all'attuale ufficio postale del capoluogo.
Il rinnovamento edilizio acquaviviano tocca parimenti Castelbasso: nella cerchia muraria rinascimentale, di notevole suggestione sono la Torre di piazza Portella (un'antica torre di avvistamento) e le porte Sud ed Est ,quest'ultima datata al 1467: tardo cinquecentesco è anche Palazzo Costantini-Cancrini.
I due paesi seguiranno poi le vicende del Regno di Napoli , la parentesi napoleonica (cui si debbono importanti documenti fortunatamente conservati presso il Municipio, quali il catasto di Gioacchino Murat), quelle del Regno d'Italia e quindi la storia che ha portato alla nostra Repubblica: già dal 1813 "la Comune" di Castellalto (compresa nel Circondario di Notaresco) includeva tanto Castellalto, già di pertinenza dello Stato allodiale di Atri, quanto Castelbasso, già proprietà dei Ricci di Macerata.
Solo nel dopoguerra da Villa Gobbi e dagli insediamenti rurali contigui all'antica frazione di S. Cipriano, si sviluppa l'ulteriore centro di Castelnuovo sul Vomano, la cui data di nascita ufficiale è il 30 giugno 1951.


 

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