LA MANCATA
ESPLOSIONE DEL PONTE S. FERDINANDO
DI TERAMO, MINATO DAI TEDESCHI DURANTE
LA SECONDA GUERRA MONDIALE

Salvatore
Tirabovi, nel periodo dell’occupazione
tedesca nella Provincia di Teramo,
milita nel gruppo di partigiani guidato
da
Felice
Rodomonti.
Dopo aver partecipato agli episodi
di
Bosco
Martese, fa ritorno a Teramo e
insieme a Gino Binchi e Gabriele Tubi,
assume il compito del rifornimento
di armi alla sua squadra.
Il rifugio di questi uomini è
il soffitto di Casa Pistocchi, una
palazzina sita a Teramo in Via dei
Mille, nei pressi di
Porta
Reale, luogo

risultato
sicuro da tutti i rastrellamenti operati
dai tedeschi in città.
E’ l’alba del 13 giugno
1944, giorno di S. Antonio.
Quella notte alcuni teramani che abitano
nella zona di
Porta
Reale hanno preferito
trasferirsi temporaneamente dalle
loro abitazioni per andare a dormire
negli orti cittadini di amici.
I tedeschi stanno abbandonando Teramo
e in città si è sparsa
la voce che le truppe avrebbero fatto
saltare i ponti con l’esplosivo.

Tirabovi
e gli altri partigiani, lasciato il
loro rifugio, trascorrono la notte
nei pressi della scuola
Noè
Lucidi, per poter osservare
i movimenti sul
Ponte
S. Ferdinando.
Ai primi chiarori dell’alba,
iniziano a delinearsi ai loro occhi
degli oggetti voluminosi collocati
sopra il ponte; con prudenza decidono
di recarvisi per osservare meglio
di cosa si tratta.
Teramo in quel momento è deserta.
Nessuno osa farsi vedere in giro.

Tirabovi, insieme a Binchi e Tubi
avvicinatosi alla
parte
iniziale del ponte, dal lato di Teramo,
osservano che una catasta di cassette
è stata collocata
sopra
il ponte, all’incirca nella
zona centrale.
Sono forse cassette contenenti esplosivo?
Se così fosse, quel mucchio
di materiale avrebbe la potenzialità
per far saltare in aria tutto il circondario,
compreso il limitrofo
Santuario
della Madonna delle Grazie.
Le cassette, sistemate ai due lati
della carreggiata, lasciano al centro
della strada solo un piccolo varco
che avrebbe potuto consentire il transito
solo a pedoni o ad uomini in bicicletta
o in motocicletta.

La
liberazione di Teramo da parte dei
tedeschi è preceduta da saccheggi
e danni, compresa la distruzione di
macchinari nella
ferriera
Adone, che sorge in quegli
anni, dietro la scuola
Noè
Lucidi, nei pressi di
Porta
Reale.
Gli ultimi soldati rimasti a Teramo,
nella zona della
Madonna
delle Grazie stanno cospargendo
di benzina vari oggetti, probabilmente
tirati fuori dal prospiciente
Palazzo
Preziusi, dando fuoco
al cumulo di masserizie.
Il
Palazzo
Preziusi (fino a poco
tempo fa sede della Comunità
Montana della Laga) è quell’edificio
sito in largo Madonna delle Grazie,
esattamente in Via De Albentiis, la
via che prosegue di fronte a
Porta
Reale.
I tedeschi non vogliono lasciare tracce.
Salvatore Tirabovi, per poter osservare
meglio cosa stia accadendo,
dall’inizio
del ponte S. Ferdinando
in cui si trova in quel momento, inizia
a percorrere il marciapiede che fiancheggia
la
scuola
elementare Noè Lucidi,
in modo da potersi avvicinare al luogo
dove è stato acceso l’incendio.
Proprio in quel momento dalla zona
di Porta Reale appaiono due tedeschi
che, a bordo di una moto di marca
“Fusi”, si avvicinano
al Ponte S. Ferdinando.
La marca della moto rimarrà,
da quel momento, indelebilmente impressa
nella memoria di Tirabovi che, in
quell’istante, intuisce di essere
testimone di un episodio di guerra
particolare per la città di
Teramo.
I due tedeschi in moto, sono esitanti
nell’attraversare il ponte,
carico di esplosivo, e si fermano
all’inizio di esso.
Devono, evidentemente, riaggregarsi
al più presto ai loro commilitoni.
Nel frattempo si avvicina un altro
tedesco, in bicicletta.
Si ferma a parlare con i due, poi
prosegue sul ponte da solo.
Attraversatolo, fa un cenno con la
mano ai due ancora fermi dall’altra
parte.
Da quel momento anche i tedeschi con
la moto attraversano il ponte e si
dirigono in direzione della stazione,
diretti forse verso Giulianova.
Forse sono sempre loro ad avere avuto
l’ordine di far saltare anche
il ponte di Cartecchio e di Fiumicino.
Appena i tedeschi si sono allontanati,
immediatamente accorrono verso il
ponte
S. Ferdinando il Maresciallo
Giovanni Maggiacomo, Carlo Vallone
(cittadino teramano noto per le sue
abilità nel creare e manipolare
bombe per i fuochi d’artificio),
Gino Binchi, Antonio De Sanctis e
Gabriele Tubi.
Il Maresciallo, sicuramente esperto
di esplosivi, si attiva immediatamente
per disinnescare la spoletta dalle
casse staccando la lunga miccia che
si dipana fin quasi di fronte alla
scuola Noè Lucidi.
Quindi i sei uomini (compreso il Tirabovi)
si danno da fare per spostare, una
ad una, le singole cassette con l’esplosivo,
ammassandole sopra i marciapiedi laterali,
in modo da allargare il passaggio
nella zona centrale del ponte per
consentire il passaggio a qualsiasi
mezzo.
Le cassette erano state disposte dai
tedeschi in modo da formare quattro
cataste, collocate circa a metà
lunghezza del ponte.
Queste cataste, due per ciascun lato
della carreggiata, secondo il ricordo
di Tirabovi avevano una base rettangolare,
ciascuna della misura di circa 2 m
per 1,50 m, ed avevano un’altezza
di circa 1,60 m.
Sul ponte, dalla parte della stazione,
era stato abbandonato un camioncino
che era probabilmente servito, nottetempo,
per il trasporto delle casse con l’esplosivo.
Era ivi stata abbandonata anche una
bicicletta con appeso un prosciutto.

Salvatore Tirabovi si sente di testimoniare
che il mancato brillamento dell’esplosivo
appare essere stato un Miracolo della
Madonna delle Grazie.
Non sarebbe questa la prima volta
che in quel luogo accade un evento
particolare.
In altra occasione, infatti, una bomba
sganciata da un aereo era caduta poco
dietro il Santuario colpendo l’officina
di automezzi tedeschi ivi collocata.
In quell’occasione era rimasto
vittima anche un austriaco che Salvatore
Tirabovi e Gino Binchi avevano in
precedenza conosciuto e con il quale
avevano stretto un rapporto di amicizia.
Anche in quella circostanza il
Santuario
della Madonna delle Grazie
non ebbe alcun danno.
Altro episodio miracoloso si era verificato
in occasione dell’assedio di
Teramo da parte delle truppe degli
Acquaviva quattro secoli prima, fuggite
all’ultimo momento, per l’apparizione
della
Madonna
delle Grazie e di
San
Berardo, entrambi protettori
della città di Teramo.
Salvatore Tirabovi ancora non si è
dato una risposta chiara del perché
la miccia fosse stata collocata sul
lato del ponte verso Teramo e non
verso Giulianova, direzione dalla
quale si allontanarono gli ultimi
tedeschi.
Probabilmente perché il versante
di Teramo dove era stata collocata
la miccia era la stessa direzione
verso cui, forse, il grosso delle
truppe tedesche era nottetempo fuggito?
Le truppe germaniche, infatti avevano
lasciato i guastatori in città
e si erano avviate verso Ascoli. Il
ponte di Porta Romana era già
stato fatto saltare ed il forte rumore
s’era udito in quasi tutta la
città.

Quale
ringraziamento alla Madonna per il
miracolo compiuto, una
contadina
che abitava in una casa colonica
nelle adiacenze del ponte (la costruzione
con annesso frantoio, ora semidiroccata,
limitrofa all’attuale Scuola
Media D’Alessandro), volle commissionare
nell’immediato dopoguerra un
prezioso quadro (ex voto) al pittore
Giovanni Melarangelo.
Su precise indicazioni della committente
e senza aggiunte personali, il pittore
eseguì l’opera.
La cornice del quadro fu realizzata
dall’artista Amilcare Rambelli.
Il quadro è ora di proprietà
degli eredi della signora.
Salvatore Tirabovi afferma che il
giornalista Tiberio Cianciotta ha
tentato più volte di ricostruire
l’episodio del Ponte S. Ferdinando,
ma nessuno dei primi sei testimoni
gli avrebbe mai raccontato come i
fatti realmente si svolsero nei primi
e decisivi istanti.
Altri testimoni, intervenuti successivamente
quella mattina, e che parteciparono
alla rimozione delle cassette con
l’esplosivo, magari assumendosi
il merito del salvataggio del Ponte,
hanno potuto raccontare solo i fatti
successivi al momento cruciale.
Quando il ponte era già salvo,
il quartiere anche, come pure il
Santuario
della Madonna delle Grazie
che da secoli è testimone non
sempre passivo… della storia
teramana.
Testo di Lucio De Marcellis
dal racconto del testimone diretto
Salvatore Tirabovi